FERT - SPEDIZIONI INTERNAZIONALI

      La Storia > Crisi riconversione


La Fert si ritrova ad agire in stagioni di piena smobilitazione, con la dolorosa riconversione delle industrie belliche, alle prese con ridotti ritmi produttivi e drastici licenziamenti, mentre in città opera dal 1919 la nuova Ditta "Francesco Cortesi" e dal 1920 una nuova cooperativa denominata "Autogarages e autotrasporti", che coinvolge molti disoccupati ma che si scioglierà già nell'anno 1923. La caduta della domanda interna ed estera, l'incerto futuro della riconversione produttiva, l'aumento della forza lavoro derivante dal ritorno dei reduci sono le premesse delle difficoltà imminenti. Al calo verticale della produzione e all'espandersi della disoccupazione si accompagna, a rendere drammatica la situazione e economica locale, un considerevole aumento del costo della vita: i numeri indice passano da 100 fissato nel 1914 a 396 del maggio 1919. Brescia e le sue imprese pagano uno scotto pesante al ritorno di un'economia di pace, Fert compresa. Nel corso del 1919 le succursali di Venezia e Milano hanno accusato alcune passività, ma il presidente dalla Vecchia appare risoluto nel voler mantenere elevata l'attività aziendale: già nel febbraio del 1920 inizia a far circolare l'idea di un necessario aumento di capitale sociale, per poter disporre di maggiore liquidità, "poiché si sono allargate le reti di affari colle nuove succursali assunte". E in aprile la decisone è presa, con il raddoppio del capitale sociale, che passa dunque da 300.000 a 600.000 lire mediante emissione di altre 3.000 azioni alla pari del valore nominale di 100 lire, ma con l'avvertenza del versamento immediato di tutti i decimi. E' il momento per molti soci di ripensare la propria presenza e per altri, fra cui il presidente Dalla Vecchia e la maggior parte del CdA, di acquisire maggior potere all'interno della stessa compagine. Un'operazione resa possibile dal non esercitato diritto di opzione di molti dei soci fondatori e dalla volontà dello stesso Consiglio di porre immediatamente "il collocamento delle azioni rimaste disponibili". Così ad approfittare dell'aumento del capitale sociale sono solamente in otto. Accanto a Federico dalla Vecchia, che acquista altre 860 azioni, si segnala Mario Lombardi - sindaco della società solamente da un paio d'anni e forse già erede di parte delle quote dell'avv. Manerba - con 1.038 quote. Seguono i due funzionari Fert, Giuseppe Agnoli (268 azioni) e Angelo Rovetta (262 azioni), i consiglieri Erculiani (241 quote), Giuseppe Elena (143), Luigi Cherubini (133), Giuseppe Frigerio (55). Proprio i due dipendenti possono assumere maggior peso entro l'impresa: l'Agnoli diviene procuratore speciale della ditta, con funzioni di controllo anche su Milano, mentre il Rovetta si vede assegnata l'autorizzazione alla firma e la liquidazione di mandati, compresi quelli da "Enti pubblici governativi e dalla Regia Fabbrica d'Armi". Ma si registrano pure altri movimenti all'interno della compagine sociale, che di fatto viene ad assumere un volto completamente diverso con l'uscita di scena di buona parte dei sottoscrittori iniziali, che vendono le proprie quote agli stessi appartenenti al CdA. La nuova situazione è la seguente: Federico dalla Vecchia 2.118 azioni, Mario Lombardi 1.624, Giuseppe Agnoli 943, Angelo Rovetta 615, Giuseppe Erculiani 529, Giuseppe Frigerio 155. Rimangono le quote minime di Antonio Austoni (5), Carlo Chiappa (1) e compare un non meglio precisato Istituto Scolastico con 10 quote. Dunque, il cambio della guardia è avvenuto, con Federico Dalla Vecchia a rappresentare il 35,3% del capitale e, più in generale, con i dirigenti aziendali (lui, l'Agnoli e il Rovetta) a superare il 60% delle quote complessive. E' così possibile aprirsi all'estero con maggiore razionalità. Dalla Vecchia intavola infatti immediatamente una complessa trattativa con la ditta Weigel, Legor & C. per una compartecipazione di questa alla propria succursale milanese. L'idea non è tanto di alleviare gli investimenti di Milano, ma di "istituire così un servizio di corrispondenza sulle più importanti piazze d'Europa, ed aver appoggiato alla succursale di Milano e delle altri succursali Fert tutto il lavoro dall'estero della relativa ditta". Gli investimenti e le nuove convenzioni consentono al bilancio 1920 di attestarsi a 913.041 lire di ricavi, con l'utile a quota 64.187 (dividendo a 7 lire). Anni durissimi per l'economia bresciana e nazionale, con difficoltà che si riflettono immediatamente nel bilancio dell'anno successivo - nel panorama di un'inflazione fuori controllo - quando a fronte di ricavi per 999.000 lire si raggiunge un utile di sole 5.944, nonostante quello stesso anno, forse per salvare lo stesso bilancio, la Fert aveva provveduto a vendere lo stabile residenziale posto accanto alle scuderie: ad acquistarlo fu Giovanni Magnocavallo, noto in città quale nipote del pittore ed antiquario Glisenti, da cui aveva appena ereditato l'importante collezione artistica. Nonostante le difficoltà, la Fert non demorde dalla pratica di estese campagne pubblicitarie, con inserzioni che compaiono sui periodici economici e regionali. E' il caso della rivista "Brescia nelle industrie e nei commerci", diretta dall'economista Filippo Carli, che nel 1922 ospita la pubblicità Fert: essa ricorda le quattro succursali di Milano, Genova, Venezia e Palazzolo sull'Oglio e la disponibilità ad effettuare "servizi di esportazione ed importazione marittima con sbarchi e imbarchi, Vagoni Groupages per le principali città d'Italia e da e per l'Inghilterra, Francia, Rumenia (?), Cecoslovacchia, Germania e Austria". Presente inoltre - ricordava sempre l'inserzione pubblicitaria - l'offerta di "Grandi magazzeni di deposito e sovvenzioni su pegno merci, furgoni per mobili, camions e trattrici". 39 Ma la crisi è reale in tutto il Paese. La Fert l'affronta attraverso la volontà di procedere alla dismissione della succursale di Palazzolo s/O e ad un ripensamento operativo per quella di Venezia. Nel marzo del 1922 - nonostante la pubblicità anche nei mesi successivi non cambi indicazioni - le due succursali vengono definitivamente cedute, "dando modo di realizzare delle somme di qualche rilievo", somme ritenute però dal CdA non ancora sufficienti, poiché "il capitale necessario e circolante è ancora rilevantissimo". Tutto si svolge grazie all'impeto ed all'inesausto entusiasmo del presidente Federico Dalla Vecchia, cui il CdA rinnova costantemente la propria fiducia, anche quando egli richiede il ricorso all'indebitamento esterno, col Consiglio a rammentargli di "essere prudente nei fidi e di limitarli al massimo possibile". Un Consiglio di Amministrazione che si riunisce solamente due volte nel 1921, due nell'anno 1922 ed una nel 1923, quest'ultima seduta solo per approvare il bilancio dell'annata 1922 - da poco erano entrate in vigore le nuove tariffe daziarie che penalizzavano i commerci - che supera le 765.000 lire di ricavi e solamente 6.738 lire di utili; per l'annata 1923 i ricavi raggiungono le 868.000 lire e gli utili risalgono a 14.035 lire: per la terza annata consecutiva, dunque, non si distribuiscono dividendi, preferendo il rinvio al nuovo esercizio.


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